L'ex NAR rieducato ma punito
Quarantatré anni di galera, redento, il detenuto modello Gilberto Cavallini viene raggiunto con trentacinque anni di ritardo da un ordine di esecuzione all'isolamento diurno
La vicenda di cui parliamo riguarda un detenuto, esemplare incarnazione della mitologica funzione rieducativa della pena sancita in Costituzione. Un detenuto che non ha mai chiesto sconti, che ha reciso ogni legame con la vita criminale di un tempo, che ha seguito un suo percorso di riscatto e rinascita. Quel detenuto, che ha trascorso ormai più tempo da recluso che da uomo libero, che da solo pochi anni beneficiava della semilibertà che lo ha portato a dedicarsi agli altri; ebbene questo detenuto esemplare un giorno di pochi mesi fa riceve una notifica da parte dello Stato. Caro, ci siamo accorti di una sanzione penale vecchia di 35 anni, che ohibò pare tu non abbia espiato. Dunque, la espii ora.
Gilberto Cavallini
Quel detenuto è Gilberto Cavallini. Ultra-settanetenne, in galera dal 1983, l’ex Nar dissociato da decenni dalla lotta armata, si è laureato con 110 e Lode alla Cattolica di Milano, ha ottenuto nel 2017, dopo lungo tempo di condotta esemplare, il beneficio della semilibertà. Nel 2025 il beneficio viene revocato dal Tribunale di Sorveglianza. Il sistema penitenziario si è accorto che Cavallini deve espiare una pena accessoria a tre anni di isolamento diurno, una sanzione penale mai eseguita in precedenza. La sanzione risale a una condanna all’ergastolo inflitta a Cavallini nel 1991, ma solo trentaquattro anni dopo lo Stato si presenta ad esigere l’esazione del vecchio conto.
Così dal 2025, da semilibero che era, Cavallini torna chiuso. Sigillato in una gabbia di vetro, solo. Cosa ha a che fare questo con la funzione rieducativa della pena? Il pegno con la collettività, Gilberto Cavallini lo onora meglio a marcire in galera o impegnato com’era in una comunità parrocchiale ad aiutare persone che ne hanno bisogno?
L’avvocato Alessandro Pellegrini, che assiste da sempre Cavallini, ha consegnato a un video la denuncia di questo ormai davvero crudele, ottuso accanimento verso un uomo che in galera è cambiato radicalmente, ammesso tutte le proprie responsabilità, accettato la pena, mai chiesto benefici. Cavallini si è convertito, si è dedicato all’impegno sociale, ha meritato stima, affetto e fiducia. Quest’uomo non costituisce più alcun pericolo per nessuno. Eppure nessuno si leva a fermare questa insensata violenza di Stato che assomiglia davvero molto a una tortura.
Ribellarsi, lo impone la Costituzione
La subcultura forcaiola di destra e di sinistra ha infestato il terreno costituzionale che dà senso alla giustizia. Questa nei confronti di Cavallini è un’atrocità immonda. I parlamentari che sappiamo essere sensibili alla funzione costituzionale della pena devono avere il coraggio di sfidare la rancorosa gogna mediatica e battersi per la giusta liberazione di quest’uomo che non c’entra nulla di nulla con il ragazzo omicida che fu. Non lasceremo Cavallini marcire in galera.
Cavallini non ha compiuto la Strage di Bologna
Gilberto Cavallini è stato condannato per il reato di strage quarantaquattro anni dopo il fatto del 2 Agosto 1980. Non era presente alla Stazione di Bologna, non ha avuto alcun ruolo accertato nella strage; Cavallini è stato condannato perché tra l’1 e il 2 agosto 1980 ha ospitato a casa sua a Trevisto Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, i primi due condannati per la bomba alla stazione - condannati anche loro in assenza di prove. Cavallini non ha mai negato la presenza dei due ex compgani dei NAR a Trevisto. Anzi, nel primo processo conclusosi nel 1994, questa cosa costituiva l’alibi di Mambro e Fioravanti perché il 2 agosto mattina, la mattina della strage, i quattro - Cavallini, Mambro, Fioravanti, Ciavardini - sono andati insieme da Treviso a Padova e sono rientrati insieme a Treviso all’ora di pranzo.
I giudici non hanno creduto alla gita a Padova ed hanno dunque condannato Mambro e Fioravanti sul presupposto non provato che loro due fossero invece andati a Bologna, oltretutto vestiti da turisti tirolesi in pantaloni di fustagno e calzettoni di lana, giusto per non farsi notare nel primo focoso weekend agostano in cui la gente boccheggiava. Due deficienti, in pratica! Non solo. Il giorno dopo, il 3 agosto, i due tornano a Roma e il 4 vanno da uno dei falsari di fiducia, Massimo Sparti, a raccontare di esser stati proprio loro a fare il botto. Insomma due imbecilli, secondo le sentenze passate in giudicato.
Orbene, mentre Mambro e Fioravanti venivano riconosciuti colpevoli sulla base dei presupposti detti qui su, Gilberto Cavallini veniva assolto. Salvo poi, trent’anni dopo, esser ri-inviato a giudizio e ri-processato e - udite udite - non in presenza di nuovi elementi probatori ma in virtù di una nuova interpretazione colpevolista degli elementi già vagliati nei processi di trent’anni prima.
Non so quanti abbiano seguito i processi per la Strage. Io masochisiticamente l’ho fatto. Me li sono ascoltati tutti, ogni udienza di tutti i gradi di giudizio. Ne sono venuta fuori con un senso di frustrazione, amarezza e una rabbia che non trovano tregua. Si è compiuta un’ingiustizia immensa in quei processi, un’ingiustizia nei confronti della verità.
Dal processo di primo grado a Cavallini ho raccolto quello che per me vale, le parole di un innocente ingiustamente condannato. Vai all’articolo qui sotto per ascoltare.



